Nan Goldin, la fotografa che non vuole far fotografare le sue opere
È più oscena la folla dei turisti che si accalcano davanti alla Gioconda per farsi un selfie con il capolavoro di Leonardo da Vinci o la fila di visitatori all'ingresso di una mostra, costretti a mettere un bollino adesivo sull'obiettivo dello smartphone prima di entrare, perché l'artista non desidera che le sue opere siano fotografate?
È la domanda che mi sono posto visitando la retrospettiva di Nan Goldin al Pirelli Hangar Bicocca di Milano: "il più grande corpus di slideshow mai presentato" della 72enne artista statunitense, come dice la presentazione.
I bollini neri da incollare sull'obiettivo
Ma che genere di artista è così ostile nei confronti della fotografia? Goldin, ironia della sorte, è proprio una fotografa, celebrata dalla critica come una delle protagoniste di maggior rilievo nel panorama artistico contemporaneo.
Gli slideshow, la sua forma espressiva preferita, sono la versione moderna delle interminabili proiezioni di diapositive delle vacanze a cui a volte si era costretti ad assistere prima dell'avvento del digitale. Goldin sembra si sia fermata a quegli anni, quando su improvvisati schermi casalinghi scorrevano immagini di bambini che giocano, cani che si rincorrono, parenti che prendono il sole sulla riva del mare, amici in viaggio verso paesi lontani. Anche la qualità delle immagini di Goldin ricorda spesso quelle serate d'altri tempi: foto mosse, sfocate, colori troppo saturi o slavati, inquadrature approssimative, eccetera. I soggetti però sono diversi. Non solo bambini che giocano e cani che si rincorrono, ma anche e soprattutto le persone che Goldin ha frequentato nel corso degli anni a Boston, New York, Londra, Berlino: comunità anticonvenzionali composte da drag queen, transgender, drogati, malati di Aids, eccetera, tutti ritratti nella loro quotidianità, senza abbellimenti.
Un particolare di "Sisters, Saints, Sibyls".
Goldin è celebrata dalla critica proprio per questo suo approccio intimamente radicale alla fotografia, che trasforma la sua vita personale e quella della sua comunità in un diario pubblico in cui entrano anche momenti intimissimi come il suicidio della sorella Barbara, a cui è dedicato l'ultimo padiglione, il capitolo finale del percorso espositivo, intitolato "Sisters, Saints, Sibyls".
Un diario pubblico per immagini. Ma guai a scattare foto alle sue opere e peggio ancora pubblicarle sui social. Un cartello all'ingresso della mostra, sopra i bollini neri da incollare sull'obiettivo, contiene infatti questo esplicito messaggio di Goldin:
"Vi invito a scoprire la mia opera, invece di filmarla o fotografarla. Confido nel vostro rispetto per me e per le persone ritratte nelle immagini, e che non condividerete foto o video di questa mostra su internet, inclusi i social media".
In sostanza Goldin riprende i momenti più intimi dei suoi amici e dei suoi parenti, bambini compresi, e li mette in piazza nei suoi slideshow proiettati in giro per il mondo, da New York a Rio de Janeiro, da Londra a Madrid. Poi però chiede ai visitatori di non condividere queste immagini per rispetto nei confronti delle persone ritratte. Il dizionario ci insegna che predicare valori (come il rispetto) ma non applicarli si chiama ipocrisia.
Il catalogo della mostra
Qualche riflessione merita anche l'allestimento. La mostra occupa la parte centrale dell'Hangar Bicocca, le navate di un enorme capannone industriale immerse nel buio. Le opere sono ospitate in sei strutture più piccole, di colore nero, che assomigliano a capanne, tende o igloo. Al loro interno, nella oscurità quasi completa, gli schermi dove scorrono le immagini e qualche fila di poltroncine dove però pochi si azzardano a sedersi.
Un allestimento che fa pensare al celebre mito della caverna di Platone. Nel buio della caverna dove sono incatenati, gli schiavi vedono solo ombre proiettate su un muro e le scambiano per la realtà. Chi viene liberato dalle catene e riesce finalmente a uscire all'esterno, è accecato dalla luce del sole e solo dopo un po' è in grado di vedere la vera realtà e può così tornare nella caverna per liberare dall'illusione i suoi compagni.
La mostra di Nan Goldin ribalta il mito del caverna: la realtà dell'artista, o meglio le sue immagini, devono restare confinate nel buio dell'Hangar. L'idea del bene, il sole, la verità che illumina tutto, è bandita. Bisogna restare prigionieri delle ombre, tra i riflessi ingannevoli della realtà.
Il titolo della mostra poteva far intuire questo esito infausto: "This Will Not End Well", cioè "Non finirà bene".
Il sole fuori dall'Hangar Bicocca
Claudio Cazzola, dicembre 2025
Nan Goldin, "This Will Not End Well", Pirelli Hangar Bicocca, Milano, 11.10.2025-15.2.2026
Hervé Lancelin, "Nan Goldin: quando l'arte diventa testimonianza", ArtCritic, 12 giugno 2025
Irene Barattè, "This Will Not End Well: l'universo di Nan Goldin al Pirelli HangarBicocca di Milano, Exibart, 9 novembre 2025
Renata Ferri, "Nan Goldin: 'This will not end well' (Non finirà bene), la grande retrospettiva a Milano", IoDonna, 17 ottobre 2025
Luca Fiore, "Di baci e lividi. Le anime che Nan Goldin ha amato e ritratto", Il Foglio, 15 dicembre 2025