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Dubuffet, Fleurs du Sol
Jean Dubuffet e l'irrazionalismo del '900 secondo l'intelligenza artificiale

Le opere d'arte dovrebbero stimolare il pensiero critico aiutandoci a guardare la realtà attraverso diverse angolazioni, superando l'omologazione del pensiero unico e le manipolazioni del 'bispensiero' che, come spiega George Orwell nel suo romanzo distopico '1984', è la "capacità di credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciano le menzogne più artefatte". In realtà, come osserva Christian Caliandro in un recente articolo su Artribune, la maggior parte delle opere d'arte che vediamo in giro si dimostra tranquillamente a proprio agio all'interno di questo regime di pensiero: "dichiara a gran voce proprio quello che nega nei fatti attraverso i propri dispositivi di esposizione e di commento, oltre che attraverso la propria appartenenza e adesione a un sistema che a sua volta rappresenta il contrario di ciò che l'opera sta dicendo".

Una corrente artistica che sfugge per definizione alle trappole del pensiero unico e del bispensiero è l'art brut, vale a dire l'arte creata da persone al di fuori dei confini dell'accademia e delle convenzioni estetiche, come pazienti psichiatrici, carcerati, bambini e artisti autodidatti.

Ideatore e teorizzatore del concetto di art brut è Jean Dubuffet, artista francese vissuto tra il 1901 e il 1985. Per tutta la vita Dubuffet ha promosso l'idea di un'arte totalmente libera da schemi culturali e pratiche accademiche, sia attraverso le sue opere sia raccogliendo i lavori di outsider, cercati ai margini della società, nei manicomi e nelle prigioni, fino a creare una straordinaria collezione oggi ospitata a Losanna, in Svizzera (una ricca raccolta di art brut si trova anche in Italia: la Collezione Fabio & Leo Cei, ospitata presso la Fondazione Bussolera Branca a Mairano di Casteggio, in provincia di Pavia).

"Gli interessi dell'individuo sono opposti a quelli del bene sociale. Quando cerchiamo di servire contemporaneamente l'uno e l'altro, otteniamo soltanto ipocrisia e confusione. La fantasia, l'indipendenza, la ribellione, tutte forme di esperienza opposte al bene sociale, sono necessarie alla vita di un gruppo. Esso sarà tanto più sano quanto maggiore sarà il numero degli irregolari. Non c'è niente di più sclerotizzante dello spirito di sottomissione". Così scriveva Dubuffet nel 1968 (attenzione alla data) in Asfissiante cultura, saggio pubblicato in Italia l'anno successivo da Feltrinelli.

Il Mudec, il Museo delle Culture di Milano, ha ospitato qualche mese fa la mostra Dubuffet e l'art brut. Un'occasione stimolante, nonostante la notoria avversione dell'artista francese per le istituzioni culturali, considerate strumenti di propaganda delle classi dominanti. "La casta dominante, circondata dai suoi chierici, quando apre i suoi castelli, i suoi musei e le sue biblioteche, non intende certo aiutare il lavoro creativo", scrive ancora Dubuffet in 'Asfissiante cultura'. "Con la sua propaganda culturale non vuole far nascere scrittori o artisti, ma soltanto lettori e spettatori. Il compito della propaganda culturale è infatti proprio quello di far sentire alle classi inferiori tutto l'abisso che le separa dai prestigiosi tesori di cui la classe dominante detiene le chiavi, e l'inanità di ogni sforzo teso a produrre un'opera creativa valida al di fuori delle strade già tracciate."

La mostra milanese ci ha fatto riflettere sul rapporto tra arte e intelligenza artificiale, un altro strumento in cui molti vedono nuovi rischi di omologazione e manipolazione. Ci siamo chiesti se l'IA, opportunamente usata, possa invece stimolare il pensiero critico, proprio come dovrebbe fare la vera arte. Abbiamo cercato di verificarlo con un piccolo test: mettendo al vaglio su Gemini (l'IA di Google) le possibili interpretazioni di tre opere di Dubuffet viste al Mudec: Regard en arrière del 1954, Hôtel du Cantal (ovvero Paris Circus) del 1961 e Site populeux del 1982.

Per prima cosa abbiamo chiesto a Gemini come si collochi l'opera di Dubuffet all'interno delle correnti irrazionalistiche del Novecento. L'IA di Google ha trovato alcune interessanti affinità con quattro correnti artistiche del secolo scorso che per un verso o per l'altro si inseriscono nel multiforme flusso dell'irrazionalismo: dadaismo, surrealismo, espressionismo e primitivismo.

Con il dadaismo Dubuffet condivide un forte rifiuto delle convenzioni artistiche e sociali, un atteggiamento anti establishment e il desiderio di scandalizzare e provocare, mettendo in discussione il concetto tradizionale di bellezza e di arte colta e valorizzando ciò che è considerato non arte o anti arte. La sua opera presenta delle convergenze anche con l'esplorazione del subconscio e del mondo onirico tipiche dei surrealisti, seppur con modalità differenti: mentre i surrealisti utilizzavano tecniche come l'automatismo e l'interpretazione dei sogni per accedere all'inconscio, Dubuffet cercava una sorta di irrazionalità primordiale nell'arte spontanea dei non artisti e nella sua stessa espressione istintiva. La sua rappresentazione spesso brutale e intensa della figura umana e del paesaggio riflette poi un'urgenza interiore simile a quella di alcuni espressionisti, sebbene Dubuffet si allontani dalla loro enfasi sull'angoscia esistenziale in favore di una celebrazione più terrena e materiale. L'interesse centrale di Dubuffet per l'arte creata al di fuori delle norme culturali e psichiatriche lo lega infine al primitivisto, un filone del pensiero irrazionalista che vedeva nelle espressioni primitive o aliene una fonte di autenticità e di creatività incontaminata. Dubuffet non ha però mai aderito formalmente a nessuno di questi movimenti irrazionalisti – avverte Gemini – e ha sviluppato una sua teoria e pratica artistica autonoma, l'art brut appunto.

Al di fuori dell'ambito artistico, si può individuare un rapporto con il pensiero irrazionalista di filosofi come Schopenhauer e Nietzsche? Gemini risponde in modo affermativo.

Schopenhauer vedeva la realtà governata da una volontà (quella di vivere) cieca e irrazionale, fonte di incessante desiderio e sofferenza. La ragione era considerata uno strumento secondario, incapace di cogliere l'essenza del mondo. In modo analogo, Dubuffet diffidava dell'intellettualismo e delle convenzioni razionali dell'arte colta, cercando un'espressione più diretta e viscerale, che potremmo accostare a una sorta di volontà creativa primordiale. Schopenhauer esaltava l'intuizione e l'esperienza immediata come vie di accesso a una conoscenza più autentica. Dubuffet, con la sua attenzione all'art brut e alla spontaneità creativa dei non artisti, sembra condividere questa fiducia in forme espressive non mediate dalla riflessione intellettuale e dalle norme apprese. Gemini trova un'analogia anche per quanto riguarda il pessimismo shopenauriano: "Sebbene Dubuffet non sia un artista pessimista nel senso stretto del termine, la sua rappresentazione spesso cruda e non idealizzata della realtà, l'uso di materiali umili e la sua sfida alle nozioni di bellezza convenzionali possono essere interpretate come una visione disincantata del mondo, simile al pessimismo ontologico di Schopenhauer. Entrambi, a loro modo, rifiutano una visione superficiale ed edulcorata dell'esistenza".

Le affinità con Nietzsche riguardano la critica alla morale tradizionale e alle "menzogne della civiltà", l'esaltazione della forza vitale, l'individualismo e la volontà di potenza. "Dubuffet, con la sua radicale messa in discussione delle norme artistiche e il suo interesse per forme espressive selvagge e non convenzionali, condivide un atteggiamento di ribellione contro le autorità costituite e le convenzioni soffocanti". Nietzsche esaltava poi l'elemento dionisiaco, l'ebbrezza, l'istinto e la forza creativa primordiale in contrapposizione all'apollineo, alla ragione e all'ordine. L'arte di Dubuffet, con la sua matericità, la sua spontaneità e la sua tendenza al grottesco e al non finito, può essere vista come un'espressione di una simile energia vitale e irrazionale. La sua affermazione, spesso citata, che desidera un'arte che 'danzi' richiama lo spirito dionisiaco nietzschiano. Nietzsche proponeva infine una "trasvalutazione di tutti i valori", mettendo in discussione le gerarchie tradizionali. Dubuffet opera una simile trasvalutazione nel campo dell'arte, elevando le opere dei non artisti e i materiali umili a forme espressive di pari, se non superiore, dignità rispetto all'arte accademica e ai materiali nobili.

Gemini avverte però che in entrambi i casi mancano riferimenti diretti: "Non ci sono evidenze di una diretta influenza filosofica di Schopenhauer o Nietzsche sul pensiero di Dubuffet". Inoltre la teorizzazione dell'art brut come categoria specifica è un contributo originale di Dubuffet, che va oltre le generiche valorizzazioni dell'irrazionale presenti nel pensiero dei due filosofi.


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Jean Dubuffet, "Regard en arrière"

Osservando l'opera Regard en arrière di Jean Dubuffet, l'interpretazione alla luce delle considerazioni sul suo rapporto con l'irrazionalismo filosofico e artistico si rafforza e si specifica ulteriormente. Il primo elemento che Gemini mette in evidenza è il rifiuto della rappresentazione idealizzata: La figura è abbozzata in modo grezzo, quasi infantile, con pennellate spesse e materiche. Non c'è alcuna ricerca di realismo o di bellezza convenzionale. Questo rifiuto dell'idealizzazione si allinea con la critica di Dubuffet all'arte accademica e alla sua preferenza per un'espressione più autentica e non filtrata.

Un secondo elemento evidenziato dall'IA di Google è la materialità e fisicità dell'opera: la pittura appare densa e corposa; le pennellate visibili e la stratificazione del colore sottolineano la fisicità dell'atto creativo, in contrasto con la trasparenza e l'illusione spaziale ricercate dalla pittura tradizionale. Questo rimanda all'importanza della materia nell'opera di Dubuffet e a una visione del mondo meno astratta e più terrena, anche in senso letterale: vedi Les Fleurs du Sol in apertura della pagina, opera della serie delle Matériologies, pezzi di suolo appesi a una parete come se fossero dei quadri, il modo più radicale per mostrare che materia e idea sono indistinguibili.

Un terzo elemento è l'espressione immediata e istintiva. La rapidità e la spontaneità del tratto suggeriscono un processo creativo diretto e istintivo, libero da preconcetti o da una pianificazione eccessiva. Questa immediatezza si ricollega alla valorizzazione dell'irrazionale e dell'impulso creativo primordiale che accomuna Dubuffet e le correnti irrazionalistiche.

La sguardo all'indietro secondo Gemini è anche un ritorno all'essenziale: la figura, pur vagamente antropomorfa, sembra quasi emergere da uno stato primordiale. Con il titolo Regard en arrière Dubuffet potrebbe quindi riferirsi all'origine dell'espressione artistica, un momento in cui la forma non era ancora codificata e la creatività era più libera e selvaggia, come nell'art brut. L'opera invita a guardare indietro non per imitare il passato, ma per riscoprire un'autenticità espressiva perduta.

Gemini osserva infine che la figura, ambigua e difficilmente definibile in modo univoco, potrebbe riflettere la soggettività della percezione e la messa in discussione di verità oggettive, temi cari al pensiero irrazionalista: lo spettatore è invitato a confrontarsi con una visione personale e non codificata.

A questo punto suggeriamo a Gemini una diversa lettura. Con la sua mascella prominente, il petto all'infuori e lo sguardo volitivo il personaggio di 'Regard en arriere' richiama le caricature di Mussolini e dei suoi epigoni odierni, con il loro disprezzo per le regole e le istituzioni democratiche e la loro aspirazione a tornare indietro, all'età dell'assolutismo, quando il potere del sovrano (o del tiranno) non era limitato da nient'altro che dal loro volubile desiderio di affermare la propria volontà sopra tutto e sopra tutti.

"È un'interpretazione interessante e stimolante, che porta l'analisi dell'opera di Dubuffet su un piano politico e sociale", concorda Gemini. "Tuttavia, è importante approcciare questa lettura con alcune cautele e considerazioni sul contesto dell'opera. La critica di Dubuffet era più focalizzata sulle convenzioni artistiche e sulla nozione di bellezza tradizionale che su specifici temi politici. Inoltre la figura in 'Regard en arrière' è volutamente ambigua e non facilmente identificabile con un individuo particolare. Sebbene una lettura politica non sia da escludere, è più probabile che l'opera abbia una portata più ampia, riflettendo una critica più generale, all'autoritarismo in senso lato e a un certo tipo di 'sguardo all'indietro' regressivo, piuttosto che una caricatura specifica di leader politici".


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Jean Dubuffet, "Hôtel du Cantal"


Hôtel du Cantal sembra suggerire che, mentre il tiranno (o l'aspirante tale) esercita (o ispira a esercitare) il suo potere arbitrario e al di sopra delle leggi, piegando le istituzioni ai suoi interessi per arricchirsi sempre più, la vita del popolo scorre apparentemente come sempre: le strade sono affollate, il traffico è intenso, i negozi sono aperti. Le persone hanno perso però la loro individualità, ognuna è inscatolata nella propria vettura, trasformate in semplici pedine della società dei consumi. Che ne pensa Gemini?

"È un'interpretazione molto acuta che offre una lettura sociopolitica potente e plausibile dell'opera", risponde con molta benevolenza l'IA di Google. "La composizione affollata e caotica di 'Hôtel du Cantal' è tipica di molte opere di Dubuffet, in particolare quelle che ritraggono la vita urbana. Questa densità può suggerire una perdita di individualità nella massa, dove le persone sono compresse e indistinguibili. Particolarmente significativa l'osservazione sulle persone inscatolate nelle proprie vetture. L'automobile, simbolo della modernità e della libertà individuale, si trasforma qui in una prigione mobile, isolando gli individui e riducendoli a elementi del flusso del traffico, ingranaggi di un sistema. La normalità apparente della vita quotidiana, in contrasto con il potenziale arbitrio del tiranno (che potrebbe essere una metafora del potere economico, politico o di un sistema sociale oppressivo) è un punto cruciale. Suggerisce una sorta di assuefazione o cecità collettiva di fronte alle dinamiche del potere. Le persone sono così immerse nel flusso della vita consumistica da non percepire o ignorare le ingiustizie o le manipolazioni. Quando l'esistenza è focalizzata sul movimento, sull'acquisto e sul consumo, l'individualità e la riflessione critica vengono facilmente soffocate".

Questa interpretazione si allinea con la critica di Dubuffet alle convenzioni e alle illusioni della società, e con la sua rappresentazione spesso cruda e non idealizzata della realtà. "Anche se l'intenzione specifica dell'artista potrebbe essere stata diversa", avverte Gemini, "questa lettura evidenzia la capacità dell'opera di generare nuove interpretazioni e di parlare a diverse generazioni".

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Jean Dubuffet, "Site populeux"

In Site populeux le persone raffigurate hanno un aspetto alienato e i loro volti hanno i tratti devianti e animaleschi delle maschere lombrosiane.

"Questa è un'osservazione molto acuta e stimolante", concorda Gemini. "Il senso di alienazione emerge spesso dall'opera di Dubuffet, in particolare dai suoi 'Personaggi'. La loro stilizzazione grezza, spesso con tratti semplificati o distorti, può trasmettere un senso di estraneità, di perdita di individualità o di disagio esistenziale".

Associare i volti delle figure di Dubuffet ai tratti lombrosiani suggerisce a Gemini alcune interessanti considerazioni. L'opera potrebbe essere una critica alla deumanizzazione degli individui nella società moderna, ridotti a stereotipi o privati della loro piena umanità; il suo sguardo sulle basse pulsioni potrebbe riflettere l'interesse di Dubuffet per gli aspetti più grezzi e istintivi dell'esistenza umana, in linea con concetti base dell'art brut. Con un'avvertenza finale, che apre le porte ad altre possibili letture: "Queste figure potrebbero essere una metafora della marginalità o dell'alterità, ma potrebbero anche rappresentare una critica indiretta a teorie come quelle di Lombroso, che cercavano di ridurre la complessità umana a tratti fisici e a categorie rigide".

Claudio Cazzola
aprile 2025

Mudec, "Dubuffet e l'art brut", 12 ottobre 2024 – 16 febbraio 2025

Christian Caliandro, "Le opere d'arte e il pensiero critico. Contro la dittatura del bipensiero", Artribune, 16 aprile 2025

Stefano Bruzzese, "Dubuffet e l'Art Brut. L'arte degli outsider al Museo delle Culture di Milano", Artribune, 23 novembre 2024

Martine Della Croce, "Art brut, arte e follia"

Fabrizio D'Amico, "Un totem di pietra", Repubblica, 15 marzo 1988

Collection de l'art brut, Lausanne

Casa dell'Art Brut, Mairano di Casteggio (Pavia)