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Julien Creuzet, Many Torments...

Cose interessanti viste e fotografate al Miart 2022 (seconda puntata)
Gli artisti: Julien Creuzet, Braco Dimitrijevic, Elmgreen & Dragset, Emilio Scanavino e Alik Cavaliere

Proseguiamo le nostre considerazioni inattuali sulla ventunesima edizione della fiera internazionale d'arte moderna e contemporanea di Milano, tenutasi otto mesi fa, con un artista dall'identità ibrida, che ama inserire nelle sue opere elementi di diverse culture: il francese Julien Creuzet, portato al Miart dalla Andrew Kreps Gallery di Berlino.

Certe sue opere, come quella in apertura della pagina, sembrano versioni deformate, alterate, allucinate, dei dream catcher, gli acchiappa sogni degli indiani d'America: oggetti ornamentali composti da un cerchio di rete decorato con piume, strisce di pelle e perline, da indossare prima di andare a dormire per catturare i brutti sogni e farli svanire. Creuzet non ha origini indiane: è nato alla periferia di Parigi, nel 1986, ed è cresciuto nell'isola caraibica della Martinica prima di tornare in Francia per completare gli studi (si è laureato in arte a Caen e a Lione). E non usa piume e perline, ma fili di metallo e di tessuto. L'accostamento con la tradizione dei nativi americani è comunque giustificato. Lo conferma il titolo dell'opera: "Many torments, many dreams, many hallucinations, many fantasies before we fall asleep", ovvero "Molti tormenti, molti sogni molte allucinazioni, molte fantasie prima di cadere addormentati".

Quelle di Creuzet sono forme tridimensionali ibride e misteriose, spesso in equilibrio precario, originate dalla raccolta e dal riciclo di materiali manufatti o naturali — abiti, elementi vegetali, plastiche, statuette, corde, reti, spesso accompagnati da video, fotografie, grafici, oltre a elementi sceneggiati e sonori, che costituiscono un complesso linguaggio poetico intessuto di riferimenti storici, filosofici e sociologici. Sono "opere arcipelago", come le ha definite Pascal Krief, prendendo spunto dal titolo di uno dei primi video dell'artista. Opere dall'aspetto composito e con una dimensione votiva: una sintesi tra i materiali dell'arte povera o di certi artisti concettuali post-minimalisti e una reinterpretazione dell'ethos del recupero onnipresente in Africa e nei Caraibi.

Spesso nelle opere di Creuzet c'è un "wall text", un testo stampato a caratteri minuscoli o centrato in basso, come una sorta di messaggio segreto. Più che un titolo è quasi una piccola poesia, che fornisce ulteriori elementi per la comprensione dell'opera, Come dice Marcel Duchamp, "i titoli aggiungono una nuova dimensione; sono come colori nuovi o aggiunti, o, meglio ancora, possono essere paragonati alla vernice attraverso la quale l'immagine può essere vista e amplificata". Nel caso di Creuzet è assolutamente vero. Ecco due esempi tratti dal sito della Andrew Kreps Gallery:

Many torments, many dreams, many hallucinations, many fantasies before we fall asleep: meta and universe, deformed and assembled dancing bodies of Ana Pi and Calixto Neto, meta and universe, representation of a cocaine molecule, meta and universe, on the Atlantic ocean, route of the first return trip (inward) of Christopher Columbus from America.

One against the other, our damaged skins, our elongated bodies. Many torments, many dreams, many hallucinations, many fantasies before we fall asleep: meta and universe, ibis wing from the coat of arms of Trinidad and Tobago, meta and universe, machete, adapted to prune sugar cane, meta and universe, a palm tree, sweeped away by the Maria hurricane, in 2017, unknown location, meta and universe, trajectories of storms in the Caribbean, during one season. Formed in the Sargasso Sea, they used to change direction when coming to North-America continent, going through the Azores.

Il sito di Julien Creuzet

La pagina di Julien Creuzet su Instagram

Pascale Krief, "Julien Creuzet's Complex Work: Plastic, Poetics, Landscapes, Hybridizations", Flash Art, marzo 2022

Andrew Kreps Gallery


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Braco Dimitrijevic

"Heralds of Post History" di Braco Dimitrijevic è un'opera del 1997 che era già stata esposta nella mostra "Arts & Foods - Rituali dal 1851", curata da Germano Celant alla Triennale di Milano in occasione di Expo 2015, e poi nel 2019 alla galleria M77, nella personale dell'artista bosniaco curata da Danilo Eccher, intitolta "Traveling to Post History". In questa seconda mostra si affrontava un tema chiave della ricerca di Dimitrijevic: il concetto di post storia sviluppato nel suo "Tractatus Post Historicus" del 1976, tre anni prima del famoso saggio di Jean-François Lyotard, "La condition postmoderne". I suoi principi chiave sono la coesistenza di concetti e modelli differenti, il pluralismo della verità e una visione multi-angolare.

Il senso del lavoro di Dimitrijevic si può ritrovare nel concetto della ready-esthetics, contraposta al ready-made di Duchamp & company, come si spiega nel Tractatus:

In senso formale, questo lavoro è completamente non originale. Non esiste un elemento in base al quale si possa identificare la calligrafia personale dell'artista. È un lavoro che non vuole contribuire, in alcun modo, all'evoluzione formale dell'arte. Prende forme già esistenti nel contesto dell'arte e al di fuori di essa e dà loro nuovi contenuti.

Questo non è in alcun modo il principio del ready-made, che si basa sul cambiamento di contesto (ad esempio, un ritratto fuso in bronzo è esistito per secoli come forma d'arte e come mezzo di glorificazione). Ciò significa che lo spettro tecnologico dell'opera è ampio diverse migliaia di anni, da un busto in bronzo alla fotografia su tela e quindi non può essere identificato con particolari media/tecnologie. Contrariamente all'arte in un'epoca di boom tecnologico (dall'inizio del XX secolo ad oggi) che basava la sua originalità sull'introduzione di nuovi materiali/tecnologie nell'arte, quest'opera utilizza materiali e forme artistiche già esistenti.

Questo principio potrebbe essere definito come una giustapposizione di estetica pronta. L'opera non esiste come novità formale, ma esclusivamente come nuova struttura semantica. Tratta esclusivamente problemi non legati alla novità formale e all'aspetto visivo. Questa riduzione del formale non è per restringere lo spettro della creatività, ma piuttosto per richiamare l'attenzione sulla natura polisemica dell'immagine.

È un lavoro che intende provocare dubbi sul sistema di valori su cui si basano le opere d'arte. Invece dell'accettazione passiva dei valori uniformi offerti dalla tradizione e dalla storia, mira a creare una situazione nuova: l'istituzione di criteri individuali molto aperti e flessibili che possano consentire la coesistenza di valori diversi e spesso contraddittori.

Il sito di Braco Dimitrijevic

Braco Dimitrijević, "Tractatus Post Historicus (1976)", edited by Aaron Levy

Achille Bonito Oliva, "The Justice of Art"

Germano Celant, "Braco Dimitrijević: The Power of Unknown"


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Elmgreen & Dragset

Il giovane tennista che si è gettato a terra dopo la sconfitta e sta immobile, a pancia in giù e con le braccia allargate, è uno dei tre protagonisti della "Short Story" di Michael Elmgreen e Ingar Dragset, in arte Elmgreen & Dragset. L'opera, portata al Miart 2022 dalla König Galerie, era stata presentata per la prima volta nel 2020 alla galleria berlinese: un campo da tennis a grandezza naturale in terra rossa, con tre figure umane, sculture in iperrealistiche in bronzo dipinte di banco. Una raffigura il ragazzo sconfitto; un'altra il vincitore, all'estremo opposto del campo, con in mano una coppa che rimira con sguardo assorto. Il terzo personaggio è l'unico spettatore sulla scena: un uomo anziano seduto su una sedia a rotelle, con gli occhi chiusi e la testa reclinata.

Come le altre installazioni del duo scandinavo anche questa si presta a diverse interpretazioni; è un fermo immagine di un film di cui non si è visto l'inizio e che non si sa ancora come andrà a finire. Tocca allo spettatore completare la storia, dando un significato ai corpi e agli oggetti congelati nella loro immobilità. "Nelle nostre sculture", affermano Elmgreen & Dragset in un'intervista su Artibune, "scopriamo che l'uso di un'estetica disadorna può rendere più evidenti alcune 'verità' su oggetti o situazioni particolari, il che significa che spesso nuovi livelli di significato possono essere rivelati o aggiunti più agevolmente".

Tra le loro fonti di ispirazione i due artisti, che lavorano assieme dal 1995, citano la teoria del filosofo francese Michel Foucault sulle strutture di potere; non a caso le loro prime opere erano intitolate "Strutture senza potere". Ma soprattutto è evidente l'influenza del minimalismo, in particolare delle sculture dello statunitense Donald Judd (oggetti di design funzionale che hanno perso il loro scopo utilitaristico), e i provocatori ready made del cubano Félix González-Torres: cumuli di caramelle, pile di manifesti di carta, coppie di orologi fermi alla stessa ora, cuscini su un letto sfatto con l'impronta di un corpo, eccetera. Semplici oggetti quotidiani che nascondono (o rivelano) livelli di significato più profondi.

Il sito di Elmgreen & Dragset

La pagina di Elmgreen & Dragset su Instagram

Elmgreen & Dragset, "Short Story", Copenhagen Contemporary, 21 aprile 2021

Riccardo Conti, "Cosa resta dei corpi? Rispondono Elmgreen & Dragset in mostra alla Fondazione Prada", GQ, 30 marzo 2022

Ludovico Pratesi, "Futuro Antico. Intervista a Elmgreen & Dragset", Artribune, 31 Agosto 2022


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Emilio Scanavino e Alik Cavaliere

"Omaggio all'America Latina" è il provocatorio titolo dell'opera di Emilio Scanavino e Alik Cavaliere, portata al Miart 2022 dalla galleria Copetti Antiquari di Udine. Provocatorio perché in realtà l'opera è un omaggio alle vittime delle dittature sudamericane: su una grande tavola di quasi 5 metri per 3 sono elencati "162 nomi di martiri per la libertà del Sud America scelti senza distinzione di fede, etnia, motivazione, iscritti tra fiori, che divengono rossi grumi di sangue – segnale e messaggio, tra intrichi, bronzo e argento, di una vegetazione aspra e disseccata", come ha scritto Cavaliere nel 1971 subito dopo aver terminato l'opera assieme all'amico Scanavino.

I due artisti avevano accolto l'invito della Biennale di Venezia a partecipare alla XI Biennale di San Paolo. In Brasile dal 1964 era al potere una giunta militare che usava il pugno di ferro contro gli oppositori, e dal 1969 il carattere repressivo del regime si era ulteriormente accentuato. Una situazione comune a diversi altri Paesi latinoamericani. È questa realtà che Cavaliere e Scanavino vogliono denunciare esplicitamente con la loro opera. Temendo un incidente diplomatico l'ambasciata italiana ottenne però l'esclusione dell'opera dalla mostra: non solo non venne esposta ma neppure citata nel catalogo dell'esposizione internazionale.

Una censura che creò un notevole scalpore in Italia. Nel 1972 l'Omaggio all'America Latina fu al centro di una mostra monografica alla galleria bolognese De Foscherari, intitolata "Censura a San Paolo" e due anni dopo fece da sfondo a un concerto di Giorgio Gaber alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano, dove era in corso un presidio antifascista. Conservata poi al Museo della Permanente di Milano, l'opera mantiene intatto il suo carattere di denuncia dell'oppressione e di ribellione contro la negazione della libertà. Un messaggio sempre molto attuale, come conferma l'interesse suscitato al Miart.

Il sito di Alik Cavaliere

L'Archivio Scanavino

Giulia Ronchi, "A Milano nuova sede per l'Archivio Scanavino" Artribune, 29 Marzo 2022

Amaranta Pedrani, "'Omaggio all'America Latina', una storia di censura ad arte", Rolling Stone, 19 aprile 2022

(machebellezza.com - dicembre 2022 - 2. segue)

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