Marginalia, le forme della libertà tra devianza e ribellione
Mattia Moreni, Francesco Bocchini, Carlo Zinelli, Silvia ArgiolasProrogata fino al 13 marzo 2022 la bella mostra "Marginalia. Le forme della libertà" in corso dal 19 novembre 2021 ai Musei Civici nel Castello Visconteo di Pavia. L'esposizione, curata da Valerio Dehò, docente di estetica all'Accademia di belle arti di Bologna, presenta una trentina di opere di 13 artisti contemporanei accumunati dalla radicalità con cui si esprimono, al di fuori degli schemi, spesso in modo irriverente e provocatorio. Come gli esponenti dell'art brut, persone cioè estranee all'ambiente culturale e prive di educazione artistica, nelle cui opere si riflettono il disagio psicologico, le fobie, le pulsioni del loro inconscio (secondo la definizione proposta nel 1948 dal pittore francese Jean Dubuffet). Nella mostra pavese ci sono esempi significativi di questa "corrente". Ma ci sono anche artisti con una formazione tradizionale, però refrattari alle regole e alle scuole.
A questa secondo categoria appartiene Mattia Moreni, nato a Pavia nel 1920 e morto a Brisighella nel 1999. Ha studiato all'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino con Felice Casorati e, dopo aver aderito per alcuni anni al postcubismo ed essere entrato a far parte del Gruppo degli Otto (con Basaldella, Birolli, Corpora, Morlotti, Santomaso, Turcato e Vedova), che si proponeva di superare la spaccatura tra realisti e astrattisti, orienta la sua pittura verso l'arte informale, per tornare poi a un'esaltazione della materia che diventa espressione delle sue personali ossessioni, in una dialettica tra eros e thanatos, decadimento e splendore, morte e trasgressione. Come nella serie sui macro sessi femminili, rappresentati nella mostra pavese da un piccolo quadro del 1994 intitolato "Marilù", dove la parte sta a rappresentare il tutto, secondo la classica figura retorica della sineddoche.
L'"Autoritratto n. 6", dipinto nel 1989, fa parte di una serie di opere in cui Moreni riflette sul rapporto, a volte anomalo e innaturale, dell'uomo con la natura e con la tecnologia, soffermandosi anche sui temi dell'intelligenza artificiale e della decadenza umana con una sorta di premonizione del mondo che verrà. Una scatola tecnologica, che allude al computer, sostituisce il volto e la mente dell'uomo. In comune con il quadro precedente, i titoli scritti in corsivo all'interno della tela che diventano didascalie, piccoli racconti, aforismi. Come questo dell'Autoritratto: "Il trapianto della memoria è meglio del ricordo".
"Mattia Moreni, opere anni '50-'90", Susanna Venturi, FirenzeToday, 5 novembre 2019
"Arte, i cicli tematici di Mattia Moreni", Susanna Venturi, Corriere Romagna, 28 settembre 2020
"Mattia Moreni", Galleria d'Arte Maggiore g.a.m
"Mattia Moreni, un pittore assoluto", Ilaria Guidantoni, BeBeez, 30 novembre 2019
Fuori degli schemi anche i lavori di Francesco Bocchini. Nato a Cesena nel 1969, diplomato all'Accademia di Belle Arti di Bologna nel 1993, lavora in prevalenza con rottami ferrosi rigenerati dalla creatività, che diventano poetici meccanismi elementari e producono senso e piacere, o ironiche cromie con sofisticate allusioni esistenziali, dove entra in gioco, come in molte opere di Moreni, la dialettica tra Eros e Thanatos, sesso e censura, gioco e trasgressione: un universo magico, anarchico, ma sensibile alla storia e alla cultura. Bocchini è un "lattoniere al servizio dell'arte", come l'ha definito Valerio Dehò nella presentazione della sua mostra del 2003 alla Galleria de Foscherari, intitolata "I primi asini pensavano per conto proprio". Per Marginalia, Dehò ha scelto tre sue opere del 2008 in lamiera di ferro e colori a olio, dai titoli ugualmente ironici e allusivi: "Atlante di animali e cose sconosciute", "G. Tell era un vero idiota" e "Pensava di essere al sicuro dopo la morte" (nelle foto tre particolari).
Il sito di Francesco Bocchini
Francesco Bocchini alla Galleria l'Affiche di Milano
Carlo Zinelli, nato a San Giovanni Lupatoto nel 1916 e morto a Chievo nel 1974, è l'esponente italiano più noto dell'art brut. Internato nel manicomio di San Giacomo alla Tomba di Verona nel 1947, dopo dieci anni di isolamento viene ammesso, assieme ad altri 20 pazienti, nell'atelier di pittura creato dallo scultore scozzese Michael Noble, dal suo allievo Pino Castagna e dallo psichiatra Mario Marini. Da quel momento l'arte diventa per Zinelli la forma di espressione del suo complesso mondo interiore: per anni dipinge ossessivamente le pareti dell'ospedale fino alla sua scoperta come artista da parte dell'allora giovane psichiatra Vittorino Andreoli. È grazie alla mediazione di Andreoli che 99 opere di Zinelli vengono acquistate da Dubuffet e donate alla Collection de l'Art Brut di Losanna, un museo unico nel suo genere: migliaia di tele, sculture e disegni di autodidatti, nei materiali più disparati, nati nel disagio di carceri e ospedali psichiatrici o semplicemente ai margini del mondo e nella solitudine.
Vittorino Andreoli, "Omaggio a Carlo Zinelli, tra arte e follia"
"Il tempo del Finemondo: Carlo Zinelli e Mario Marini, un artista e il suo dottore", Exibart, 18 settembre 2015
"Carlo Zinelli. Visione continua", Palazzo Te, 2019
"Con Carlo Zinelli l’arte ritrova nella follia la sua fonte primordiale", Alice Castellani, Verona in, 12 novembre 2012
L'ultimo dei quattro artisti che abbiamo scelto, tra i 13 presenti a Marginalia, è Silvia Argiolas. Nata a Cagliari nel 1977 si è avvicinata alla pittura da bambina e nelle sue opere mischia, come dice nel suo sito, "simbolismo ed espressività, accompagnati da una ricerca delle tematiche sociologiche e da un interesse per le teorie della psicologia lacaniana". Al centro di molti suoi quadri – compresi i due esposti a Pavia, "Giochi di ruolo" e "Marta Marta Marta" – ci sono figure femminili. "Donne che generalmente le altre donne odiano, indipendenti, sbagliate, depresse, rifatte, chiacchierate ed ex bambine prodigio", come Argiolas racconta a Damiano Gullì in un'intervista. "Quelle decadenti sono forse le più interessanti, perché in esse mi riconosco".
Nei suoi quadri prevale una dimensione onirica ed erotica, frutto dell'analisi lacaniana che ha fatto per diversi anni: "Faccio quello che sento e amo. L'erotismo è vita e il sesso è un argomento che utilizzo per parlare di altro, del potere per esempio. Mi piace mostrare il sesso come un atto di assoluta normalità", racconta. "In tutti miei ritratti c'è un pezzetto di me, perché le persone che scelgo di ritrarre sono forse quello che mi manca e quello che mi attira".
Una passione di Argiolas è la poesia. "Ho sempre letto poesie", dice in un'altra intervista (di Cristina Principale su Exibart). "Il mio linguaggio è un altro, però attraverso la poesia riesco poi a dipingere. In precedenti lavori mi sono legata a poeti, da Sandro Penna a Dario Bellezza, da Juan Rodolfo Wilcock a Michel Houellebecq, a Pasolini. In John Giorno ho sentito il modo in cui affronta i temi del sesso, dell'amore e allo stesso tempo della morte, in riferimento alla catastrofe epidemica dell'Aids degli anni Ottanta-Novanta e mi sono risuonate mie esperienze personali. Cerco sempre delle vie per unire i miei amori, per la poesia e per l'immagine".
Il sito di Silvia Argiolas
Silvia Argiolas su Instagram
"Pittura lingua viva. Intervista a Silvia Argiolas", Damiano Gullì, Exibart, 4 ottobre 2020
Silvia Argiolas, Promiscuità e compassione – Adiacenze, Cristina Principale, Exibart, 7 giugno 2021
(machebellezza.com, marzo 2022)