Philippe Azéma alla Casa dell'Art Brut di Mairano
Una minuziosa mappa mentale, fatta di immagini, parole, suggestioni, richiami, assonanze, che ci introduce nell'universo simbolico di Azéma, contadino di professione, artista per passione
La Casa dell'Art Brut di Mairano di Casteggio custodisce una delle più grandi collezioni europee (dopo quella di Losanna fondata da Jean Dubuffet) di outsider art, la produzione creativa spontanea di persone fuori dai circuiti artistici ufficiali: autodidatti, emarginati, disadattati, carcerati, pazienti di ospedali psichiatrici, eccetera.
È nella sede della Tenuta vitivinicola Le Fracce, un ex convento monacale sulle prime colline dell'Oltrepò Pavese, circondato da un grande parco, acquisito negli anni '50 dall'avvocato Fernando Bussolera e dalla moglie Lina Branca, appartenente alla famiglia del celebre amaro. Oggi il complesso fa capo alla Fondazione Bussolera Branca, che oltre a gestire la tenuta, promuove la ricerca in campo agricolo ed enologico. La Casa dell'Art Brut è stata creata nel 2017 da Fabio Cei, presidente della Fondazione ed ex amministratore delegato del gruppo Branca, per ospitare la sua collezione, iniziata negli anni '90, che oggi comprende più di 30mila opere.
Tra gli oltre 200 artisti presenti nella Casa, due colpiscono in particolare. Le loro opere, di grandi dimensioni, sono minuziose mappe mentali, fatte di immagini, simboli, parole, suggestioni, richiami, assonanze, che costringono il visitatore a districarsi tra i loro intricati meandri. Parliamo di Philippe Azéma, di cui ci occupiamo in questo articolo, e di Jean-Pierre Nadau, che affronteremo nella prossima puntata.
L'opera di Azéma che vediamo in apertura della pagina si chiama "Le pou bat essor", frase ambigua che si potrebbe tradurre "Il pidocchio sbatte le ali" (come propone la didascalia) o "Il pidocchio prende il volo". Titolo enigmatico che apre le porte al non senso.
Su un grande lenzuolo di due metri per tre sono incollati fogli minuziosamente dipinti. Non c'è un unico centro focale: l'occhio dello spettatore è spinto a viaggiare lungo la superficie, seguendo i flussi di inchiostro nero che si snodano su uno sfondo giallastro. Sembra la carta topografica di un territorio immaginario. La densità del segno grafico crea un effetto quasi ipnotico. Avvicinandosi si scoprono strani animali, oggetti, scritte, decorazioni simili a graffiti. È la mappa mentale di Azéma, il microcosmo dei suoi pensieri. Ma vediamo alcuni particolari.
Due creature ibride, bestie primordiali simili a cinghiali, si affrontano con le fauci spalancate, contendendosi un ammasso scuro di forma ovoidale da cui partono centinaia di piccoli esseri simili a frecce o spermatozoi che vagano per il dipinto lungo misteriosi sentieri. Sono le pulci del titolo? Particelle o impulsi emessi da un nucleo pulsante? Una fonte di energia che attira o respinge tutto ciò che la circonda? La risposta non c'è. Sembra di assistere a un mito di creazione o distruzione, dove le forze della natura, rappresentate in forma animale, si confrontano attorno a un segreto primordiale.
Una barca trasporta una miriade di cose:, come una sorta di Arca di Noè, un vascello-mondo densissimo di dettagli. Il nocchiero a poppa non è l'Angelo celeste che nel Purgatorio di Dante traghetta le anime dei penitenti fino alla spiaggia dell'Oltretomba, ma una figura scura antropomorfa che ha ben poco di angelico. Il carico sembra un castello ambulante brulicante di vita, con tanti strani personaggi: un formicaio di piccole anime e due grandi figure ieratiche. Il re e la regina? Le divinità protettrici del viaggio? Anche qui non è dato sapere.
Dai miti primordiali fatti di mostri e barche-totem passiamo alla realtà industriale, con i suoi oggetti e il suo linguaggio (quello della pubblicità), il cui senso però è completamente stravolto. Un cortocircuito tipico dell'art brut: l'artista si appropria di frammenti del mondo esterno (marchi, slogan, eccetera) e li ricombina in una formula magica delirante. Esposto in una sorta di vetrina c'è un grande pneumatico. Sopra, un'insegna con il marchio Dunlop, associato a espressioni totalmente inaspettate: "Fumate l'oppio Dunlop!", "Esigete l'autentico oppio qualità Dunlop! Extra". Intorno alla vetrina, piccole figure rinchiuse in nicchie o scomparti, volti deformi e persino un bizzarro personaggio che sembra fumare. La vetrina-manifesto pubblicitario diventa insomma la facciata di un tempio tribale dedicato al dio del consumo e dell'industria.
Qui c'è la scritta che dà il nome all'opera. Il senso è incerto, come accennavamo all'inizio, ma suggerisce qualche assonanza. La frase in francese suona un po' come "Le poubelle d'or" (La pattumiera d'oro), vale a dire il rifiuto, lo scarto che diventa oro attraverso l'arte. Il pidocchio, fastidioso parassita che prolifera nel buio, "bat son essor", cioè spicca il volo, prende slancio, si eleva. Sopra la scritta i due personaggi più "normali", civili dell'intera opera, nonostante i volti deformi. Entrambi indossano un vestito a quadri, un motivo geometrico che contrasta con il caos circostante. Su uno di essi incombe una figura mostruosa, nera e raggomitolata, con le fauci spalancate. L'uomo comune convive pacificamente (o tragicamente) con i propri mostri interiori e con le proprie ossessioni.
Claudio Cazzola, giugno 2026
Casa dell'Art Brut, Mairano di Casteggio (Pavia)
Collection de l'Art Brut, Lausanne
Marcello Francolini, "Outsider - Philippe Azéma", Exibart, 2 novembre 2017
Philippe Azema, "Attend ton tour", Galerie Polysemie, Parigi
Philippe Azéma, Galleria Gliacrobati, Torino
Philippe Azéma, Galleria Biz'Art-Biz'Art, Le Vaudioux