Glitch, uno strappo nel tessuto omogeneo della realtà
Quattro artisti visti alla Building Gallery: Pinot Gallizio, Andrea Kvas, Peggy Frank, Simon Callery
In elettronica glitch indica uno sbalzo di corrente, un picco improvviso causato da un errore non prevedibile che modifica brevemente la forma dell'onda. Nella realtà virtuale il termine indica un contenuto non voluto, un messaggio mai espresso ma che arriva comunque a un imprevedibile destinatario, un'inattesa incomprensione di parti del codice, che si contraddicono, si contendono il significato e lottano tra loro per essere comprese, come dice la presentazione di "Glitch", serie tv distopica andata in onda per tre stagioni, tra il 2015 e il 2019, su ABC e Netflix.
Il termine è usato anche in campo artistico, a indicare quelle opere che riproducono gli errori e le imperfezioni dei vecchi media analogici, come gli schermi televisivi a tubo catodico e i nastri delle videocassette rovinati dall'uso; situazioni abbastanza frequenti in passato ma superate dopo l'avvento delle tecnologie digitali. La glitch art in senso stretto è appunto la riproduzione volontaria degli errori dei vecchi media.
È una tendenza descritta bene da Brian Eno, il musicista inglese inventore della ambient music, in una pagina del suo diario "A Year with Swollen Appendices" del 1996: "La distorsione del CD, il nervosismo del video digitale, il suono scadente degli 8 bit saranno tutti apprezzati ed emulati non appena potranno essere evitati. Gran parte dell'arte moderna è il suono di cose che vanno fuori controllo, di un mezzo che spinge ai suoi limiti e si rompe. Il suono distorto della chitarra è qualcosa di troppo forte per il mezzo che dovrebbe trasmetterlo. Il cantante blues dalla voce spezzata è un grido emotivo troppo potente per la gola che lo libera. L'eccitazione della pellicola granulosa, del bianco e nero sbiadito, è l'eccitazione di assistere a eventi troppo grandi per il mezzo incaricato di registrarli".
Brian Eno si rifà esplicitamente alle teorie del critico americano Morse Peckham, espresse nel suo saggio del 1965 "Man's Rage for Chaos: Biology, Behavior, and the Arts". Secondo Peckham la funzione delle arti non è quella di 'metterci a fuoco', suggerirci un'immagine nitida del reale, fornendoci gli indizi di un ordine sublimemente articolato, ma piuttosto di disorientarci: "Arriviamo con dei preconcetti che le opere d'arte distruggono. Ciò che sembra ordinato e bello è in realtà una configurazione di elementi sovversivi che esploderà nel momento in cui entreremo in contatto con essa". Malgrado le apparenze, questa non è una visione totalmente negativa: seguendo Kenneth Knowles Ruthven nelle sue "Critical Assumptions", si può dire che l'arte ci sconvolge per il nostro bene distruggendo l'autocompiacimento che accompagna le idee di ordine e controllo; il suo vero valore è quindi propedeutico, perché prepara alla vita.
In questo senso la Glitch Art non è un fenomeno circoscritto agli smanettoni digitali, gli appassionati utilizzatori di Adobe Express, ma una caratteristica di tutta l'arte contemporanea, o per lo meno di quella che riesce a superare gli aspetti puramente decorativi e descrittivi per introdurci in zone incognite.
Lo si è visto nella bella mostra collettiva "Glitch", organizzata dalla Building Gallery tra il novembre 2023 e il gennaio 2024. Dopo la presenza estranea ma in un certo senso rassicurante del grande Nido di Kawasaka (vedi il precedente articolo), la galleria milanese ha presentato le opere di dieci artisti che introducono anch'essi uno sfasamento, uno strappo nel tessuto regolare e omogeneo della realtà, lasciando trapelare qualcosa di insolito, una dimensione diversa.
Il primo della serie è Pinot Gallizio (Alba, 1902-1964). Il personaggio più eclettico che si possa immaginare: partigiano, assessore comunale, difensore degli zingari, farmacista, produttore di caramelle, ha cominciato a occuparsi di pittura a 50 anni facendo diventare la sua città natale, Alba, un centro dell'arte contemporanea: vi ha organizzato laboratori, incontri e convegni a cui hanno partecipato artisti come Ettore Sottsass, Enrico Baj, Piero Simondo, Elena Verrone, Gil Wolman, Constant Nieuwenhuys e tanti altri esponenti delle avanguardie europee, dal movimento lettrista di Isidore Isou al gruppo CO.BR.A. di Christian Dotremont, dal Bauhaus immaginista di Asger Jorn all'internazionale situazionista di Guy Debord.
Gallizio ha inventato la pittura industriale, di cui la mostra milanese ha proposto due esempi: rotoli di tela dipinta che vendeva a metro per smontare l'idea commerciale e elitaria dell'arte.
Nell'ultima fase la sua pittura si fa materica: utilizza resine plastiche e oli che formano uno spesso strato sulle tela, "dove le forme si attorcigliano quasi per uscire dalle proprie rigidezze e lasciarsi andare", come scriveva la critica d'arte Carla Lonzi, amica del pittore con cui stabilì un intenso dialogo.
Archivio Gallizio
Maria Rosa Liay, "Pinot Gallizio e l'arte industriale", MOdE
Paola Rizzi, "Pinot Gallizio: il situazionista che si fece re (degli zingari)", Cultweek, 25 Luglio 2017
Claudia Corso Marcucci, "Che fine ha fatto Pinot Gallizio?", Exibart, 25 ottobre 2023
La matericità dell'ultimo Gallizio la ritroviamo nell'opera di Andrea Kvas esposta alla Building Gallery, un grande quadro senza titolo dove la materia e il colore hanno il sopravvento su una forma indistinta. Kvas, 38 anni, triestino, vive e lavora a Milano, usando materiali provenienti dal mondo dell'edilizia, tempera da muro, colla vinilica, gommalacca, prodotti che hanno poco a che fare con le cosiddette Belle Arti. Nelle sue opere procede per stratificazioni. "Prima di raggiungere una superficie che mi piaccia, ci dipingo sopra più volte e ogni volta è come se la materia fosse nuova", ha spiegato in un'intervista ad Artribune.
Conta molto anche l'imprevisto. "Tutti i miei lavori hanno esiti formali differenti. Tento di non immagazzinare le esperienze precedenti, ne rimango distante, perché rischio di alimentare dei preconcetti – strutture, regole dettate dalla ragionevolezza – che fanno sì che poi categorizzi il giusto e lo sbagliato. Diversamente dall'artigianato, che deve fare con il meno possibile il più, l'arte deve fare tutto quello che è possibile, anche con un dispendio di energie infinite, anche per generare cose 'sbagliate'. Puoi fare le cose 'giuste', corrette, belle, ma senza alcun tipo di moto o energia vitale. Rischiano di essere algide, fredde".
Tra gli artisti a cui si ispira c'è il tedesco Sigmar Polke, nelle cui opere si fondono soluzioni astratte, spesso di approccio materico-gestuale, con un repertorio iconografico di matrice pop. "Stimo tantissimo Polke – ha detto Kvas nella citata intervista – sia per il suo lavoro che per la sua attitudine giocosa, sconsiderata, 'sbagliata'. In generale, mi piacciono gli artisti ironici, intendendo con ironia l'avere coscienza dei propri limiti e del proprio essere nel mondo".
Andrea Kvas su Instagram
Damiano Gullì, "Pittura lingua viva. Parola ad Andrea Kvas", Artribune, 23 ottobre 2018
Elena Bordignon, "Lo spavento della Terra. Clima, Milano", Atp Diary, 9 Ottobre 2018
Come i due autori precedenti, anche l'olandese Peggy Franck, nata a Zevenaar nel 1978, rifiuta la tirannia della cornice per dare un nuovo ruolo alla pittura nello spazio in cui è inserita.
Il suo segno curvo, fluido, continuo, colorato, spesso deborda, esce dalla tela e conquista le pareti o il pavimento. Con il floor painting e il wall painting, che spesso accompagna ed estende ciò che è raffigurato nella tela, Frank rompe i legami con un mezzo specifico o con uno specifico formato e porta il suo sistema segnico oltre la verticalità, oltre la bidimensionalità, e perfino oltre la tela, per andare ad aderire direttamente all'elemento architettonico.
Spesso i suoi dipinti pendono senza cornice da elementi d'arredo, sovrappongono tende, colonizzano strutture portanti, diventano piastrelle in composizioni più grandi, oppure si adagiano su tavoli e cadono a terra, come se fossero coperte.
È un modo di procedere simile a quello che nella filosofia di Jacques Derrida è definito decostruzione. Decostruire significa rinunciare a individuare nel testo un significato univoco, ma esplicitarne le infinite possibilità di senso, mediante il confronto con altri testi, anche molto lontani da quello in esame. E significa anche escludere la standardizzazione, tipica dell'arte asservita al mercato, come osserva Stefano Pirovano, storico dell'arte e direttore della rivista online Conceptual Fine Arts. Franck vuole confrontarsi con i limiti della pittura stessa e con l'impronta di individualità che essa produce dialogando con gli ambienti in cui è inserita.
È una strada percorsa da diversi artisti contemporanei. Pirovano cita per esempio la coppia newyorkese Guiton/Walker (Wade Guyton e Kelly Walker), la tedesca Katharina Grosse, gli inglesi Franz Ackermann e Sarah Morris e la svizzera Sonia Kacem.
Il sito di Peggy Franck
Peggy Franck su Instagram
Stefano Pirovano, "Peggy Franck: respirare lentamente", CFA-Conceptual Fine Arts, 21 novembre 2023
Un altro artista che pone l'accento sulla materialità della pittura è Simon Callery, nato a Londra nel 1960, dove vive e lavora. Rispetto a Gallizio, Kvas e Franck, Callery fa un passo ulteriore nel distacco dalla forma quadro per superare i confini e le convenzioni tradizionali in gioco nella pittura. Un passo favorito dalla sua formazione alla Cardiff School of Art & Design dove pittura e scultura spesso si intersecavano.
Nei suoi lavori più recenti, come quello esposto alla Bulding Gallery, Callery rifiuta il telaio: il tessuto di tela pende non teso ed espone uno spazio interno. "Ho iniziato a smontare il corpo della pittura, a invertirlo e riconfigurarlo", afferma in un'intervista su Artimage. "La parola 'INVERT' l'ho scritta in maiuscolo sulla parete del mio studio con il carboncino. È lì per ricordarmi che se voglio essere un pittore devo sfidare la tradizione a cui appartengo". In altre parole, Callery cerca di "invertire" la pittura mettendo la mano all'interno dell'opera e tirandola verso l'esterno per vedere cosa viene rivelato.
Per ottenere il giusto risultato, un colore saturo che sembra colato nella tela, Callery ha sviluppato una sua tecnica. Per prima cosa rimuove la colla che i produttori mettono nel cotone per irrigidire la tela, ottenendo così un cotone morbido e pulito. Quindi utilizza la sua tempera: colla di pelle di coniglio e molto pigmento secco. La mescola e la stende sulla superficie, consentendo così alle particelle di pigmento di rimanere intrappolate nel tessuto.
Tecniche simili le hanno sviluppato gli artisti statunitensi Morris Louis e Jules Olitski. Louis versava o spruzzava sulla tela non preparata e disposta a terra, o inclinata o mossa, colori più o meno diluiti, in campiture fluenti o in sequenze parallele di strisce verticali, realizzando così entità cromatiche di maggiore o minore estensione percorse da un movimento che crea la forma. Olitski, esponente della post-painterly abstraction, elaborava superfici cromatiche per mezzo di colori vaporizzati, spesso sovrapposti in più strati. Callery si ispira anche ai suprematisti russi, come El Lissitzky, all'inglese Nicholson e al cubismo; ma trova eccitante anche il costruttivismo. E ammira il gesto di Lucio Fontana, che pensa di aver portato un po' oltre in senso spaziale.
Simon Callery su Instagram
"Interview with Simon Callery by Laurence Noga", Saturation Point, novembre 2015
"Interview: Simon Callery on painting, sculpture and archaeology", Artimage, 26 April 2018
La mostra alla Building Gallery comprendeva altri sei artisti: Maria Morganti, Mary Heilman, Alejandra Seeber, Angela de la Cruz, Farid Rahimi, Ilya & Emilia Kabakov. Forse ne parleremo in una prossima puntata.
(machebellezza.com - febbraio 2024)